La nuova legge sullo spopolamento che prevede finanziamenti non così semplici come interpretato da alcune frettolose letture e articolati, da 20.000 a 100.000, a chi acquista una casa e ristruttura con una spesa complessiva di 200.000, per cui 100.000 bisogna comunque investirli, sta riportando al centro il tema delle difficoltà del vivere in montagna, assediata da costi energetici, trasporti e comunicazioni, burocrazia centralizzata, centri commerciali, rappresentata dall’economia di scala, dove invece è necessaria la filiera corta, consumando (faccio un esempio) il latte che arriva da Trento, o da Bologna, ma quello prodotto in loco.
Le perplessità che sorgono a chi vive la desertificazione della montagna, che è un effetto diverso dallo spopolamento, di fronte a questa nuova legge si possono sintetizzare in alcuni punti.
Il primo riguarda il perimetro di applicazione. La vecchia LP 44, nei primi anni Ottanta, dedicata al recupero dei centri storici, aveva effettivamente avuto un deciso successo nel ripristino di moltissime abitazioni e favorito il rimanere nei propri paesi più alti e lontani.
La legge 44 aveva effettivamente fermato l’emorragia della popolazione dai paesi più alti a quelli del centro delle valli.
Quella legge forniva una somma a fondo perduto, non v’erano vincoli su fatture e massimali, obbligava a mantenere le strutture murarie originali e a non cedere la casa per almeno dieci anni. La somma a fondo perduto senza l’obbligo di presentare fatture era un incentivo notevole perché stimolava i singoli a fare i lavori in proprio e in profonda economia. E questa legge riguardava tutti i centri storici che in alcuni paesi di montagna erano da considerare interamente storici perché non esisteva ancora una diffusione di nuova edilizia privata
Per questo motivo la definizione di cifre precise in base agli atti di compravendita, che rappresentano già un notevole costo amministrativo notarile e catastale, e di altrettante precise in rapporto alla fatturazione, frenano quella che invece è il cuore della economica umana che è l’atto di lavorarci in proprio. Moltissimi trentini con la legge 44, ragionieri, liceali, funzionari, si trasformarono in manovali, elettricisti, imbianchini e idraulici, e risparmiarono decine di milioni per ogni lavoro. Questa legge appare invece figlia del moderno burocratese controllo fiscale che vorrebbe tassare anche il valore che crea il singolo individuo.
Queste sono le prime due perplessità finanziarie che vengono a chi volesse acquistare: costi della compravendita e impossibilità di un risparmio diretto.
Secondariamente perché indicare alcuni comuni, invece che paesi ex comuni oggi diventate frazioni, che sono quelli veramente colpiti dalla desertificazione, e non dallo spopolamento. Perché non indicare tutti i nuclei abitativi, morfologicamente simili, non sede di comune, ma alti e lontani dai centri maggiori sede di comune? E poi in questa legge vi sono anche le numerosissime case rurali isolare sparse nelle montagne?
Se da una parte vi è per la prima volta dopo trent’anni di centralizzazione il tentativo positivo di legiferare a favore delle valli e dei territori più distanti, dall’altra la legge appare affrettata con parecchi dubbi anche sulla sua costituzionalità da parte dei comuni esclusi.
Sarebbe meglio ascoltare quanto abbiamo presentato nei documenti degli Stati Generali della montagna molti anni fa, con interventi mirati e allargati a partire da una legge stile 110% sui tetti in legno delle case, sulle case rurali, e sui paesi, non i comuni che hanno alcune precise caratteristiche di altitudine e distanza dai capoluoghi.
Solo con una programmazione a favore di una nuova legislazione mirata su singoli temi del patrimonio edilizio esistente nei paesi e nelle valli montane si potrà invertire la rotta economica indotta dalla centralizzazione. In effetti il nome della legge, non dovrebbe essere contro lo spopolamento, ma contro la concentrazione della popolazione e dei servizi, nei paesi comune nel fondo valle avvenuta negli ultimi trent’anni, che sarà aggravata dalla crisi demografica nei prossimi decenni. Il Trentino come la Svizzera deve diventare un luogo dove venire a vivere per la qualità dei servizi diffusi il basso costo della vita.
