La notizia appresa sulla prima pagina dell’«Adige» che alle elezioni del 4 maggio si potrebbe arrivare a 60 comuni, su 157, con candidati a ruolo di sindaco senza alternative, con un 40% per cento dei comuni al voto per una sola lista, riporta alla luce alcuni interventi critici che personalmente avevo sollevato nel gennaio del 1996 intorno alla nuova legge elettorale dei comuni, che prevedevano l’elezione diretta anche nei comuni sotto i 1500 abitanti.
Quella legge elettorale, voluta sulla scia del modello regionale, ispirato alla divisione nazionale dei partiti maggiori e pensata per la governabilità, avevo previsto che nei piccoli comuni avrebbe rotto la rappresentanza della vita comunale, perché i consiglieri fino a quel momento non avevano rappresentato partiti o schieramenti, ma risolvere insieme i problemi di una comunità, affidandone la guida a un gruppo di persone che poi eleggevano effettivamente una personalità che apparteneva a quel paese. Il sindaco era eletto solo successivamente dal consiglio comunale. La vita delle nostre comunità non si era mai divisa per correnti politiche, ma piuttosto per categorie economiche, artigiani, agricoltori, commercianti e allevatori. Questo produceva un sano confronto e antagonismo dialettico che portava alla guida della comunità, non i tesserati di partito, non i prescelti dai politici di Trento, ma quelli che nella vita sociale erano indicati come persone sagge, serie, oneste e impegnate nel loro lavoro.
Invece l’elezione diretta del sindaco, li ha trasformati in piccoli governatori con troppo potere che ha progressivamente privato, non solo la rappresentanza della popolazione, ma lo stesso ruolo dialettico dei singoli consiglieri, che non contano nulla rispetto alla stessa giunta.
Oggi il governatore-sindaco anche del più piccolo comune ha un potere enorme rispetto allo stesso consiglio comunale, e che poi esercita in molte decisioni che alle volte stravolgono il volto secolare dei paesi sotto il profilo commerciale, economico e urbanistico. Basta pensare all’utilizzo opzionale delle deroghe edilizie, alle troppe licenze concesse agli spazi dei centri commerciali nelle valli che hanno costretto alla chiusura le attività più piccole, la costruzione di cattedrali nel deserto e l’ampliamento ambizioso di nuovi impianti di risalita e piste da sci, senza una valutazione della sostenibilità economica e sociale.
Questo enorme concentrato di potere a sua volta si deve confrontare con la struttura delle leggi e delle norme provinciali, regionali e nazionali, sottoponendo lo stesso sindaco a rispondere legalmente della stessa enorme responsabilità di cui si è rivestito.
Per questo motivo la disaffezione non colpisce solo la popolazione a causa della perdita dei suoi rappresentanti, ma anche assumere il ruolo di sindaco, se un tempo rappresentava l’assunzione di un ruolo sociale meritevole, oggi si è costretti come prima cosa appena eletti a sottoscrivere una polizza assicurativa per la protezione legale.
Per questi motivi, nelle centinaia di comunità presenti nelle valli, ormai desertificate dalla razionalizzazione iniziata negli anni Novanta, con la chiusura delle scuole, l’accorpamento dei comuni e la scomparsa degli uffici postali e bancari, private degli uffici commerciali, dei bar, degli stessi “Dopo lavoro”, chiusi per legge perché dovevano essere frequentati solo dai soci, la popolazione ha perso ogni speranza di poter collaborare attivamente alla vita sociale ed economica dei propri paesi di montagna. L’attuale organismo amministrativo provinciale ormai spaventa chiunque perché appare come un mostro idrocefalo: una testa enorme a Trento e piccolissime gambe e braccia che non la portano da nessuna parte.
