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Tue, Feb

La nuova legge sullo spopolamento che prevede finanziamenti non così semplici come interpretato da alcune frettolose letture e articolati, da 20.000 a 100.000, a chi acquista una casa e ristruttura con una spesa complessiva di 200.000, per cui 100.000 bisogna comunque investirli, sta riportando al centro il tema delle difficoltà del vivere in montagna, assediata da costi energetici, trasporti e comunicazioni, burocrazia centralizzata, centri commerciali, rappresentata dall’economia di scala, dove invece è necessaria la filiera corta, consumando (faccio un esempio) il latte che arriva da Trento, o da Bologna, ma quello prodotto in loco.

Le perplessità che sorgono a chi vive la desertificazione della montagna, che è un effetto diverso dallo spopolamento, di fronte a questa nuova legge si possono sintetizzare in alcuni punti.

Il primo riguarda il perimetro di applicazione. La vecchia LP 44, nei primi anni Ottanta, dedicata al recupero dei centri storici, aveva effettivamente avuto un deciso successo nel ripristino di moltissime abitazioni e favorito il rimanere nei propri paesi più alti e lontani.

La legge 44 aveva effettivamente fermato l’emorragia della popolazione dai paesi più alti a quelli del centro delle valli.

Quella legge forniva una somma a fondo perduto, non v’erano vincoli su fatture e massimali, obbligava a mantenere le strutture murarie originali e a non cedere la casa per almeno dieci anni. La somma a fondo perduto senza l’obbligo di presentare fatture era un incentivo notevole perché stimolava i singoli a fare i lavori in proprio e in profonda economia. E questa legge riguardava tutti i centri storici che in alcuni paesi di montagna erano da considerare interamente storici perché non esisteva ancora una diffusione di nuova edilizia privata

Per questo motivo la definizione di cifre precise in base agli atti di compravendita, che rappresentano già un notevole costo amministrativo notarile e catastale, e di altrettante precise in rapporto alla fatturazione, frenano quella che invece è il cuore della economica umana che è l’atto di lavorarci in proprio. Moltissimi trentini con la legge 44, ragionieri, liceali, funzionari, si trasformarono in manovali, elettricisti, imbianchini e idraulici, e risparmiarono decine di milioni per ogni lavoro. Questa legge appare invece figlia del moderno burocratese controllo fiscale che vorrebbe tassare anche il valore che crea il singolo individuo.

Queste sono le prime due perplessità finanziarie che vengono a chi volesse acquistare: costi della compravendita e impossibilità di un risparmio diretto.

Secondariamente perché indicare alcuni comuni, invece che paesi ex comuni oggi diventate frazioni, che sono quelli veramente colpiti dalla desertificazione, e non dallo spopolamento. Perché non indicare tutti i nuclei abitativi, morfologicamente simili, non sede di comune, ma alti e lontani dai centri maggiori sede di comune? E poi in questa legge vi sono anche le numerosissime case rurali isolare sparse nelle montagne?

Se da una parte vi è per la prima volta dopo trent’anni di centralizzazione il tentativo positivo di legiferare a favore delle valli e dei territori più distanti, dall’altra la legge appare affrettata con parecchi dubbi anche sulla sua costituzionalità da parte dei comuni esclusi.

Sarebbe meglio ascoltare quanto abbiamo presentato nei documenti degli Stati Generali della montagna molti anni fa, con interventi mirati e allargati a partire da una legge stile 110% sui tetti in legno delle  case, sulle case rurali, e sui paesi, non i comuni che hanno alcune precise caratteristiche di altitudine e distanza dai capoluoghi.

Solo con una programmazione a favore di una nuova legislazione mirata su singoli temi del patrimonio edilizio esistente nei paesi e nelle valli montane si potrà invertire la rotta economica indotta dalla centralizzazione. In effetti il nome della legge, non dovrebbe essere contro lo spopolamento, ma contro la concentrazione della popolazione e dei servizi, nei paesi comune nel fondo valle avvenuta negli ultimi trent’anni, che sarà aggravata dalla crisi demografica nei prossimi decenni. Il Trentino come la Svizzera deve diventare un luogo dove venire a vivere per la qualità dei servizi diffusi il basso costo della vita.

La notizia appresa sulla prima pagina dell’«Adige» che alle elezioni del 4 maggio si potrebbe arrivare a 60 comuni, su 157, con candidati a ruolo di sindaco senza alternative, con un 40% per cento dei comuni al voto per una sola lista, riporta alla luce alcuni interventi critici che personalmente avevo sollevato nel gennaio del 1996 intorno alla nuova legge elettorale dei comuni, che prevedevano l’elezione diretta anche nei comuni sotto i 1500 abitanti.

Quella legge elettorale, voluta sulla scia del modello regionale, ispirato alla divisione nazionale dei partiti maggiori e pensata per la governabilità, avevo previsto che nei piccoli comuni avrebbe rotto la rappresentanza della vita comunale, perché i consiglieri fino a quel momento non avevano rappresentato partiti o schieramenti, ma risolvere insieme i problemi di una comunità, affidandone la guida a un gruppo di persone che poi eleggevano effettivamente una personalità che apparteneva a quel paese. Il sindaco era eletto solo successivamente dal consiglio comunale. La vita delle nostre comunità non si era mai divisa per correnti politiche, ma piuttosto per categorie economiche, artigiani, agricoltori, commercianti e allevatori. Questo produceva un sano confronto e antagonismo dialettico che portava alla guida della comunità, non i tesserati di partito, non i prescelti dai politici di Trento, ma quelli che nella vita sociale erano indicati come persone sagge, serie, oneste e impegnate nel loro lavoro.

Invece l’elezione diretta del sindaco, li ha trasformati in piccoli governatori con troppo potere che ha progressivamente privato, non solo la rappresentanza della popolazione, ma lo stesso ruolo dialettico dei singoli consiglieri, che non contano nulla rispetto alla stessa giunta.

Oggi il governatore-sindaco anche del più piccolo comune ha un potere enorme rispetto allo stesso consiglio comunale, e che poi esercita in molte decisioni che alle volte stravolgono il volto secolare dei paesi sotto il profilo commerciale, economico e urbanistico. Basta pensare all’utilizzo opzionale delle deroghe edilizie, alle troppe licenze concesse agli spazi dei centri commerciali nelle valli che hanno costretto alla chiusura le attività più piccole, la costruzione di cattedrali nel deserto e l’ampliamento ambizioso di nuovi impianti di risalita e piste da sci, senza una valutazione della sostenibilità economica e sociale.

Questo enorme concentrato di potere a sua volta si deve confrontare con la struttura delle leggi e delle norme provinciali, regionali e nazionali, sottoponendo lo stesso sindaco a rispondere legalmente della stessa enorme responsabilità di cui si è rivestito.

Per questo motivo la disaffezione non colpisce solo la popolazione a causa della perdita dei suoi rappresentanti, ma anche assumere il ruolo di sindaco, se un tempo rappresentava l’assunzione di un ruolo sociale meritevole, oggi si è costretti come prima cosa appena eletti a sottoscrivere una polizza assicurativa per la protezione legale.

Per questi motivi, nelle centinaia di comunità presenti nelle valli, ormai desertificate dalla razionalizzazione iniziata negli anni Novanta, con la chiusura delle scuole, l’accorpamento dei comuni e la scomparsa degli uffici postali e bancari, private degli uffici commerciali, dei bar, degli stessi “Dopo lavoro”, chiusi per legge perché dovevano essere frequentati solo dai soci, la popolazione ha perso ogni speranza di poter collaborare attivamente alla vita sociale ed economica dei propri paesi di montagna. L’attuale organismo amministrativo provinciale ormai spaventa chiunque perché appare come un mostro idrocefalo: una testa enorme a Trento e piccolissime gambe e braccia che non la portano da nessuna parte.

L’approvazione da parte dell’Europa, di una spesa a favore del settore della difesa militare pari a 800 mld, di cui 650 mld derivanti da una deroga al patto di stabilità e 150 mld a debito comune garantito da Eurobond, la seconda emissione dopo quella riservata alla crisi del Covid, ha diviso l’intera classe politica su come uscire dai costi sopportati dall’Europa a causa della guerra tre Russia e Ucraina.

Dopo il vertiginoso rialzo delle bollette dell’energia con l’aumento di prezzi di petrolio e gas riesce l’Europa ad affrontare la difficile situazione economica, che si dibatte tra bassi tassi di crescita, elevati livelli del debito, accumulandone di nuovo investendo in un settore che dopo il dramma della seconda guerra mondiale, dal 1945, è stato utilizzato solo come forza di peacekeeping, interponendosi nelle zone di conflitto? E’ il settore giusto per superare il pesante carico di costi che si è scaricato negli ultimi tre anni sulle imprese, i bilanci familiari e i salari, che dal settembre 2021, sulla scia dell’inflazione alimentata delle quotazioni di petrolio WTI e gas naturale?

Sono domande che in queste ore ogni cittadino europeo si pone dopo la crescita dei prezzi medi del petrolio che dai 70$/bl alla fine del 2021 sono saliti a 94$/bl di dicembre 2022, segnando un aumento del 25%, e del gas naturale che nello stesso periodo è passato dai 3.98$ ai 7,1$ con un rialzo del 44%, con picchi a 130 $/bl per il petrolio e a 9,5$ per il gas.

Investire ancora nel settore militare non avrà invece come effetto quello di mantenere una tensione non solo politica, ma anche sociale, alimentando il pessimismo calando i consumi e un ulteriore rallentamento nella crescita economica?

Ricordiamo come dopo la crescita del 2022, mentre il prezzo del petrolio è rimasto mediamente elevato, a 77$/bl nel 2023 e a 75$ nel 2024, il gas era crollato rispettivamente a 2.64$ e 2.50$ con un ribasso del 64%, grazie al progressivo cambio delle forniture dalla Russia ad altri paesi produttori come l’Algeria e gli Stati Uniti, che lo trasportano in Italia via nave come gas liquido. Nei primi mesi del 2025 il petrolio sta positivamente scendendo a 67$/bl mentre la media del gas si sta posizionando intorno ai 2.89$.

La popolazione italiana, che paga le tariffe più alte in Europa, si chiede come mai a questo arretramento dei prezzi non è seguito un analogo ribasso nelle bollette, che con il passaggio al mercato libero, sono addirittura aumentate? Perché le bollette sono collegate ai prezzi puntuali invece di quelli medi semestrali? Se è vero che è stata l’Europa a imporci il mercato libero dell’energia (la Francia ha nazionalizzato EDF mentre noi dobbiamo mettere in gara le centrali idroelettriche) perché siamo stati gli unici ad applicarlo così male?

Di fronte alla nuova spesa di 800 mld europeo l’idea che la politica sia occupata solo ad appaltare nuove spese senza preoccuparsi della regolamentazione del settore energia illusoriamente abbandonato al liberismo del mercato, sembra confermare l’idea che i costi della guerra in Ucraina e Russia siano effettivamente stati sopportati dagli strati delle classi sociali. Di fatto la guerra decisa dalla politica è stata pagata da tutti noi quando accendiamo la luce alla mattina e ci facciamo un buon caffè. Speriamo che quell’amaro caffè risvegli le coscienze.