Non avevo alcuna voglia di scrivere sugli orsi, ma quanto capitato di recente mi costringe a esternare, sia pure a fatica data l’età, quanto penso in relazione a quanto vissuto. Questa mia vuole essere una testimonianza (o se volete delle elucubrazioni) e insieme un motivo di riflessione. Premetto che sono una persona che è sempre vissuta nella natura e nell’ambiente montano, che ho sempre rispettato e insegnato a rispettare con l’esempio, a partire dalla famiglia, poi a scuola e dentro la comunità. Ho trascorso parte della mia vita sui monti, prima nel gruppo di Brenta, dal rifugio Stoppani, al Giorgio Graffer, al Tuckett, che ho gestito insieme a Renzo Viviani, quindi in Val Genova quale gestore del rifugio Fontanabona negli anni Settanta del secolo scorso. Aggiungo che non sono un cacciatore, che rispetto e condivido l’importante funzione di gestione della fauna selvatica esercitata da tale associazione, che sono un pescatore, avvilito dalle recenti disposizioni che impediscono il ripopolamento con trota fario della Sarca, e che sono un amante delle creature, piante e animali, che vivono con noi fuori dalla porta di casa. Fui contrario, a suo tempo, alla introduzione dell’orso in valle da parte del Parco Adamello Brenta, lo scrissi e presi posizione, confutando le tesi degli scienziati che lo pretendevano innocuo. Inoltre mi sembrava che catturare degli esemplari in Slovenia, toglierli dal loro ambiente e trasferirli in un altro habitat, che per di più si era liberato col tempo e a fatica dalla presenza di questi animali perché incompatibili con le attività del posto, fosse stata una violenza. Una violenza doppia: la prima nei confronti degli animali, strappati con la forza dai luoghi dove erano nati, la seconda nei confronti della gente che popola la montagna e vive delle sue risorse, mettendola in pericolo. Ebbi la seconda esperienza con l’orso, quello che era sopravvissuto in Val Genova, forse l’ultimo esemplare della razza autoctona, negli anni Settanta del secolo scorso. Aveva terrorizzato una mandria di mucche nell’alpeggio di malga Genova ai piedi della Cascate del Lares, e i custodi, spaventati, corsero da me al rifugio Fontanabona per telefonare e chiedere aiuto ai forestali. Devo precisare che l’orso in Val Genova ci era sempre stato e che il costruttore del rifugio Fontanabona, un moléta di Massimeno emigrato in America e poi rimpatriato, Rosario Frizzi, serviva ai propri clienti carne di orso come una specialità. E questo fino a dopo gli anni Cinquanta. Quando qualche orso osava aggirarsi nei dintorni del rifugio finiva in padella. E per questo gli altri si guardavano bene dall’avvicinarvisi.
Il primo contatto con l’orso (a parte la vista di quello nell’orrido di San Romedio, degli orsi nella fossa di Sardagna e di quello tenuto in gabbia a Campiglio) l’avevo avuto qualche anno prima in Vallesinella, fuori dalla baracca dove depositavamo le merci da trasportare con i muli al rifugio Tuckett. Vi avevo passato la notte in saccopelo per salire la mattina presto al rifugio. Quando mi sveglio ed esco dalla porta, mi appaiono due forestali con un fucile spianato. Tenevano d’occhio un orso che frugava tra le immondizie. Gli spararono, lo addormentarono con una siringa e lo portarono via con cautela. Era l’ultimo esemplare con cui il prof. Kroll, un naturalista svizzero, aveva voluto sperimentare la possibilità, rivelatasi infelice, irrealizzabile a suo dire, di riportare l’orso dalle nostre parti. Ma veniamo ai nostri giorni. Abbiamo appreso dai media che sulle montagne, nelle valli, vicino ai paesi, lungo le nostre strade si muovono oggi circa 150 orsi, liberi di fare quello che vogliono, protetti fino all’inverosimile, capaci di uccidere persino le persone, impuniti.
L’orso che alcuni anni fa aggredì e ferì delle persone, condannato, perché dichiarato “problematico”, all’eliminazione dalle istituzioni pubbliche, quelle che rappresentano i cittadini, venne “salvato” dal Tar per un ricorso delle associazioni cosiddette animaliste. L’altro giorno ha ucciso un giovane. Conclusioni: la vita di un orso vale più della vita di una persona; le decisioni dei rappresentanti delle popolazioni locali liberamente eletti, contano meno delle performances di gruppi e di associazioni estranei al contesto sociale, al sentire e alla volontà della gente del posto; i membri dei tribunali, col conforto di dottrina e normative, ma senza rispondere in proprio, assumono decisioni le cui conseguenze tutti abbiamo toccato con mano. Se non avessero impedito l’eliminazione di quell’orsa, decisa dagli organi rappresentativi della volontà popolare, il giovane di Caldés sarebbe ancora con noi. Lecito che uno si domandi a chi vada addebitata la responsabilità di quanto capitato, chi debba pagare. Come sempre non pagherà nessuno. La colpa sarà di quel ragazzo che in un pomeriggio di primavera se ne è andato a farsi una corsa nel bosco vicino a casa sua. Ma un’altra domanda mi sono fatto.
Il progetto Life Ursus prevedeva come numero minimo di orsi affinché il ripopolamento avesse successo una cinquantina di esemplari. Ma si è mai detto quanti orsi potevano vivere nei nostri boschi senza che essi potessero creare dei problemi all’uomo? È conciliabile la presenza dell’orso in questi territori fortemente antropizzati con le attività dell’uomo, con la salvaguardia e il presidio del territorio, con la vita dei “montanari”?
Credo che a queste domande si sarebbe dovuto rispondere prima che il progetto di reintroduzione partisse. Così non è stato ed oggi ci troviamo a dover districare una situazione difficile nella quale la gestione dell’orso sembra bloccata e paralizzata. L’orso è stato reintrodotto in un “Parco” che non ha nulla da spartire con il parco inteso come riserva per gli animali. Il Parco Naturale Adamello Brenta è un’area antropizzata nella quale si cerca una buona convivenza tra animali e l’uomo.
Il bosco è la casa dell’uomo quanto dell’orso. Andrea non ha invaso la casa di nessuno. Era a casa sua.
Ma torniamo alla gestione. Il numero dei camosci, dei caprioli, dei cervi ecc. (tutte creature splendide del bosco al pari dell’orso) viene mantenuto entro limiti sostenibili dall’ambiente in cui vivono con un attento monitoraggio e la caccia di selezione. Non vedo perché non si sia potuto o non si possa fare anche con gli orsi, così come avviene normalmente in Slovenia.
Mi preoccupa infine la mancanza di democrazia in uno Stato che si pretende democratico, la mancanza di rispetto nei confronti della volontà dei cittadini. Di chi siamo schiavi?. Che democrazia c’è quando i rappresentanti delle popolazioni, i sindaci, che ne rispondono anche penalmente della sicurezza, non vengono ascoltati? Quando a decidere sul futuro del proprio territorio non sono le popolazioni locali, magari chiamate a esprimersi per referendum, ma gente estranea che ti impone la sua volontà, non si è più liberi, ma sudditi.
