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Thu, May

 

STORO. Massimino Ferretti aveva 96 anni, con qualcun altro ancora, sino a qualche giorno fa, era tra i più anziani in assoluto di Storo. Se n’è andato in silenzio dopo una rapida permanenza alla Casa di riposo assieme alla moglie Domenica.

 

 

La liturgia alla parola si è tenuta oggi martedì 26 aprile da parte del reverendo arciprete don Andrea Fava nella chiesa di Storo. Massimino lascia il figlio Tiziano, un nipote e nuora Antonella.

 

A contrassegnare il popolare Baggiana, peraltro storica voce baritonale dentro la corale parrocchiale ai tempi di Danilo Baratella, Angelo Cortella e Giovanni Ferretti, un aspetto a dir poco unico: da primavera inoltrata a fine estate era solito accostare all’esterno della sua abitazione di Via San Floriano una panca dove tutti coloro che vi transitavano si soffermavano a scambiare quattro chiacchere con lui. Dicono di lui alcuni amici: “Senza Baggiana mancherà quel fare filò a cielo aperto. Era bello intrattenersi facendo mente locale su fatti, circostanze belle e non di oggi e dei tempi passati.”

 

STORO. La coop di Via Sorino è stata fondata nel 1991, nel corso di questi 30 anni non si è ampliata ed ha spalmato la sua immagine a più livelli: farina e gallette trovano oggi spazio nell’ambito di più mercati, stranieri compresi.

 

 

Rispetto al 2021 la produzione nelle varie realtà praticate ad Agri 90 ha riscontrato un leggero calo tant’è che il rendiconto di bilancio ne ha risentito, scendendo a 4 milioni e 390 mila euro di cui però 2 milioni e 650 mila a sua volta distribuiti ai soci. L’utile d’esercizio è stato di 69.656 euro il cui 30 % accantonato nella cosiddetta riserva statutaria legale indivisibile.

Contrariamente a quanto previsto, ad incidere proprio in negativo sul documento economico sembra essere stato il mercato dei piccoli frutti, che ha palesato una vistosa performante contrariamente all’anno precedente. I lamponi ad esempio sono calati da 70 a 75 quintali, peggio ancora è andata per le more crollate da 75 a 53 quintali, i mirtilli hanno perso il 20% passando da 50 a 42 quintali.

Per quanto concerne il frumento, nel 2018 in coop i quintali prodotti erano risultati 760, poi la crescita è stata continua, già nell'anno dopo i quintali ammontavano a 1.300; nel 2020 a ben 1.780. L’ultimo riscontro del 2021 ha registrato 2.430 quintali, il grano turco invece si aggira stavolta su 12.500 quintali.

Ad illustrare questi ed altri riscontri è come solito toccato al presidente Vigilio Giovanelli che dentro Agri 90 ci “vive” e e lavora. Ai soci convenuti all’Assemblea il popolare Vigilio parla chiaro e sul comparto patate avverte: “Negli ultimi anni il settore è stato sottoposto a rotazione, gli esiti meritano dell’altro tempo per essere quantificati. Nell’ambito del capitolo castagne invece nel 2021 la produzione è stata di 90 quintali”.

Circa gli investimenti Giovanelli ha fatto sapere che dentro la Casa contadina a nord di Cà Rossa è stata posizionata una nuova cella per la conservazione di mirtilli e ribes, quando invece il trasloco in Valsugana sarebbe costato qualcosa come 70 centesimi a cassetta.

Ultimo ma non ultimo, è stato ricordato l’ennesimo successo riscontrato in occasione della recente vetrina “Il Pane in Festa” dove sono transitate più di mille persone in un solo giorno. “Ora a Palazzo di Vetro - fa sapere il direttore Arturo Donati - già si guarda all'ultimo fine settimana del mese di maggio quando si terrà da noi un importante convegno sui grani antichi e la biodiversità. L’iniziativa, voluta e patrocinata dal Ministero dell’Agricoltura, vedrà a confronto produttori ed esperti provenienti dall’intero Nord Italia tra cui Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Lombardia e persino dalle Marche”.

STORO. Da 60 anni a questa parte, prima il compianto papà Giacomo Grassi e poi le tre figlie, Nucia, Irene e Orsolina, portano avanti in maniera congiunta l’alimentari di famiglia. Se entro la fine del mese di aprile non si faranno avanti eventuali acquirenti, tuttavia, le sorelle abbasseranno le saracinesche di quello storico punto vendita di Piazza Di Spenigol 5. Tutte e tre, con famiglia, hanno infatti raggiunto i limiti per accedere alla meritata pensione.

 

 

Inizialmente quell’esercizio era dislocato dall’altra parte della strada, il Bazar. Poi i dirimpettai, con lo stesso cognome ma più conosciuti come i Valènce, hanno ripristinato l’immobile considerandolo più spazioso e idoneo e hanno indotto Giacomo e figlie a traslocare.

Stando a informazioni abbastanza attendibili il capo fila lavorava in ambito edilizio, dopodichè aveva convenuto di creare un punto vendita alla mano in quella parte di paese, dara l'esigenza assai marcata nel circondario: “Eravamo soliti varcare la soglia da Giacomo e figlie per fare provviste – avverte più gente. - Al di là del banco panini, insaccati e formaggi, già di prima mattina, erano sempre di taglio fresco e spesso griffati”.

Seppur ai Ghiòstine – questo lo scotùn di famiglia - dovessero subentrare altri acquirenti, quella gestione durata oltre mezzo secolo rimarrà tra i passaggi storici e qualificati che Storo si porta dietro da sempre.

 

 

STORO. Tre anni fa a Storo il rito della Via Crucis, causa il maltempo, era stato ridimensionato e adattato solo dentro la chiesa mentre nel 2020 e 2021 la funzione era saltata a causa le restrizioni dovute al corona virus. Venerdì scorso, finalmente, dopo tre anni, quel rito, animato dal suono della tambela e dal battito delle bore in un clima che unisce devozione, tradizione e che coinvolge più realtà di paese, è stato rispettato: tra chiesa e tragitto si è riscontrata una notevole presenza di gente.

I fedeli provenivano sia dal circondario che al di là della giurisdizione giudicariese: “Noi veniamo da Porte di Rendena e della Via Crucis di Storo ne avevamo sentito solo parlare. Merita di essere vissuta dal vivo per comprendere lo spirito e la suggestione” dicono i Valentini.

La processione, animata da batedùr de bore, confratelli, componenti la Società Merecana, da una grande croce, dalla statua della Madonna nonché dalla corale parrocchiale e dai tanti gusci di lumaca appiccicati lungo i muri perimetrali delle vie, ha comunque coinvolto, con ruoli e mansioni diverse, oltre 200 giovani storesi. Belle pure le vestizioni che rappresentavano usi, costumi e tradizioni di terra di Palestina. Anche le stesse stazioni ricalcavano in tutto e per tutto il senso del patibolo. Dietro il celebrante don Andrea Fava, che indossa paramenti rossi, il sindaco di Storo Nicola Zontini e il vice presidente della Provincia Mario Tonina.

C’è stata partecipazione e coloro che erano impegnati lungo le 12 stazioni, oltre alle 2 in chiesa, hanno reso uno spaccato reale di passione e calvario” avverte con comprensibile soddisfazione l’insegnante e assessora comunale Mariella Bonomini che assieme al congiunto Davide Gelmini sono da sempre ispiratori e registi dell’iniziativa.

Giancarlo Rudari un tempo capo redattore del Trentino avverte: “Partecipata la processione del Venerdì Santo con la rievocazione storica e i Batedùr equivale ad un affascinante viaggio antropologico nel quale convivono riti religiosi e riti pagani, tradizione e attualità del messaggio e si fondono per dare vita ad un unicum originale. Per me si è trattato di una scoperta suggestiva e densa di emozione”. Stessa identica considerazione arriva da un altro autorevole collega, Alberto Folgheraiter che su la Via Crucis di Storo ha scritto e parlato molto quando era a Rai.

 

Foto di Valentina Grassi

 

Commenta invece donna Mariella “Gli stessi figuranti non si sono smentiti tanto che in quel ruolo e in quella veste hanno fatto rivivere quel tratto doloroso che ricalca la Passione. Il canto “Santa Madre che voi fate” finiva per entrare dentro il cuore della gente. L’incamminamento tra stazioni e i rintocchi del “martì” stavano ad indicare l’Hora nona che faceva intravedere nella penultima stazione alle scuole vecchie, le tre Croci e conseguente patibolo.” Poi lungo il percorso c'erano le donne della elemosineria che ne intralciavano ne disturbavano ma con tanta discrezione raccoglievano quanto la gente dava per far fronte alle spese.

Questo antico rito, recuperato nel 2003 dopo un'interruzione durata una settantina d’anni per scelta dell’allora parroco don Luigi Colmano e del podestà – ricorda l’insegnante Giovanni Zontini parlando con più colleghi dell’informazione - ha comunque origini storiche e molto probabilmente affonda le proprie radici ancora nell’epoca pre cristiana. Sulla base di testimonianze dei più anziani sembra che fino alla seconda guerra mondiale ognuna delle contrade in cui era diviso il paese si organizzava con accuratezza all’evento.”

Una volta tornati in chiesa ancora canti e benedizione da parte dell’arciprete mentre sul sagrato i batedùr tornavano a scandire i battiti su le due bore. La gente assiste, partecipa, ringrazia e applaude.

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